di L.A. e A.C.
“È la mia faccia, amico/ non ho fatto nulla di grave, amico
ti prego/ti prego/ ti prego non riesco a respirare
ti prego amico/ qualcuno mi aiuti/ ti prego amico
non riesco a respirare/ non riesco a respirare/ ti prego
merda non posso muovermi/ mamma/ mamma non ce la faccio
le mie ginocchia/ il mio collo/ sono finito/ sono finito
mi fa male lo stomaco/ mi fa male il collo/ mi fa male tutto
un po’ d’acqua, o qualcosa/ vi prego/ vi prego
non riesco a respirare, agente/ non mi uccidere
mi stanno ammazzando/ mi stanno ammazzando
non riesco a respirare/ non riesco a respirare
per favore, signore/ ti prego/ ti prego
ti prego non riesco a respirare”
Queste le ultime parole pronunciate da George Floyd lo scorso 25 Maggio 2020, mentre
stava per morire soffocato. A seguito di questo evento è esplosa la rabbia nella popolazione che ha portato a imponenti proteste in tutti gli Stati Uniti che hanno addirittura costretto il presidente Trump a rifugiarsi nel suo bunker. I manifestanti al grido di “I can’t breathe” si sono presi le strade: con questo slogan non si riferiscono solo alle ultime parole di George, ma ad un sistema che li opprime quotidianamente.
La maggior parte della stampa mondiale ha commentato l’accaduto focalizzandosi su una condanna al “poliziotto cattivo” che ha soffocato George perché razzista/insensibile giudicando però inopportune e controproducenti le violente manifestazioni che si stanno verificando .
In realtà, osservando meglio i video che riprendono l’accaduto, si nota che non c’è solo un poliziotto bensì quattro, di cui tre sono poggiati rispettivamente su gambe, stomaco e collo di George e uno si trova in piedi per “controllare la pericolosissima situazione”. A questo punto si potrebbe sostenere che ci troviamo di fronte a più “poliziotti cattivi” o che non si sono resi conto della situazione (quest’ultima ipotesi non sostenibile viste le parole di George). Ma entrambe le ipotesi risultano difficilmente sostenibili osservando alcuni dati: negli Stati Uniti la violenza poliziesca è molto diffusa, ma lo è ancora di più nei confronti della popolazione nera.
Seguendo i dati di Mapping Police Violence, per un/a nero/a ci sono il triplo delle possibilità di essere uccisi dalle forze dell’ordine rispetto ad un bianco, nonostante siano anche mediamente meno armati. Ma le discriminazioni non si limitano a ciò: essi hanno una minore aspettativa di vita (ad esempio nelle aree solo bianche si vive mediamente fino a 90 anni, in quelle solo nere fino a 60), un minore accesso a posti di lavoro, una maggiore possibilità di vivere in aree industriali con una qualità dell’aria pessima e, nella situazione attuale, una maggiore possibilità di contagio. Questo contesto è favorito dalla presenza degli Identity entrepreneurs, ossia coloro che per la loro influenza sono in grado di modificare la percezione delle categorie sociali, polarizzandole. Trump, ad esempio, ha impostato la sua politica sul nativismo, portando avanti politiche anti-immigratorie, acuendo le diseguaglianze etniche e
sociali all’interno del paese giustificando i soprusi commessi dalle forze dell’ordine.
L’assassinio di George Floyd non è un caso e non è dovuto (solo) ad uno o più poliziotti
cattivi, ma alla continua oppressione a tutti i livelli verso la popolazione nera. La violenza nei loro confronti è sia culturale, ossia appartenente alla sfera simbolica, che strutturale, in quanto inflitta dalla struttura della società. Queste due forme alimentano gli episodi di violenza diretta come succede troppo spesso in America e non solo.
Le sommosse in America esprimono la rabbia di persone che sono stufe di morire e di essere discriminate, che hanno bisogno di dire la loro, che sanno che il problema non è (solo) l’individuo “poliziotto cattivo” ma è il sistema che quotidianamente li depriva delle loro necessità.
Giudicare da casa le forme di lotta adottate dai manifestanti non fa altro che alimentare la strumentalizzazione delle loro rivendicazioni. In questo periodo più che mai c’è la necessità di non voltarsi dall’altra parte, di esprimere solidarietà e di riconoscere che il problema è il sistema che opprime e che non è poi così diverso dal contesto italiano viste le disumane leggi sull’immigrazione e le continue discriminazioni che si verificano pure qui.
Con le parole di Angela Davis: “in una società razzista non basta non essere razzisti, ma bisogna essere antirazzisti”.