di D.A.
Chi semina vento raccoglie tempesta. Oggi ci ritroviamo nel bel mezzo di una bufera e non sappiamo ancora come ci lascerà.
Per ora abbiamo alcune certezze, le nostre abitudini sono cambiate e dopo mesi di “lockdown” e circo mediatico l’unica consolazione è non vedere più immagini di
terapie intensive al collasso. Per il resto ci prepariamo a raccogliere i frutti di un paese già marcio prima dell’epidemia e che fatica nel trovare un po’ di ossigeno per riprendersi e riprodurre il meccanismo produci/consuma/crepa. Figuriamoci a vivere. Siamo nel 2020 ai tempi dei “social media”. La prima epidemia “social”. Le videochiamate sono diventate un veicolo di socialità e informazione.
Con il velocizzarsi dei processi economici, sociali e tecnologici nel mondo tutto è aumentato tranne le nostre opportunità. I rifiuti , le ore lavorate, i costi, la disoccupazione, l’inquinamento, i disastri ambientali, la produzione di inutili bisogni, le disuguaglianze sociali, le discriminazioni, le tasse, i detenuti nelle celle, ecc. , ecc.
Tuttavia la modernità può esserci d’aiuto nel ritrovare il nostro tempo e per saziare la fame d’aria che ognuno di noi ha.
Parlo dell’aria che è mancata ai pazienti Covid, è l’aria che manca ai lavoratori con la mascherina ma anche a chi lavoro non ne ha. E’ l’aria che è mancata a George Floyd, negatagli da un essere che di umano poco ha. E’ l’aria velenosa dei lacrimogeni che sta respirando una nazione intera.
Il respiro della rivolta stavolta sembra più ampio. La giustizia sociale, il faro che indica la direzione delle rivendicazioni in tutto il mondo, unisce le lotte antirazziste, ambientaliste, di genere, sociali e anticapitaliste. Il respiro della rivolta lo respiriamo anche noi, a migliaia di chilometri di distanza, è il respiro della giustizia e della solidarietà sociale senza confini.
La corda si tenderà sempre di più fino a spezzarsi se non troviamo uno sbocco da cui ricominciare a respirare e smetterla di boccheggiare. Dobbiamo rivendicare il diritto a vivere riconquistando il nostro tempo per trasformare la nostra società. Gli ingranaggi che animano la nostra vita sociale devono rimettersi in moto, dobbiamo valorizzare la storia, l’arte, il cibo, la natura. Rivalutare gli spazi nell’ ottica di servizio alla collettività, per il bene ed il benessere comune. Occorre dare spazi e opportunità a quelle componenti sociali che prima non avevano voce in capitolo: i bambini ed i giovani per innovare, gli anziani per imparare a ricordare.
Prima dell’era digitale, quando non si aveva accesso ad una enormità di informazioni e stimoli continui, il rapporto con la realtà era diverso, la gestione del tempo aveva un ritmo più lento. Anche il rapporto con le persone e la terra era diverso, c’era più qualità nelle conversazioni e meno quantità, si usava meno chimica sui terreni perché si rispettava il ritmo della natura anche a fronte di un raccolto meno ricco.
Oggi abbiamo delle straordinarie opportunità per il semplice fatto che possiamo accedere ad un enorme quantità di informazioni, bisognerà però essere coscienti dei diritti e doveri nei confronti di tutte le specie viventi e tenere sempre a mente come fine ultimo il bene della collettività intera.