di A.B.
Il writer Geco, attivo prevalentemente nella città di Roma, è stato arrestato e sono stati requisiti i materiali con i quali lavora. Ci è stata data comunicazione lo scorso 9 novembre dalla sindaca Virginia Raggi in persona, che sulla sua pagina facebook ha pubblicato le fotografie di adesivi, bombolette e pennelli come se fossero pericolose armi per l’incolumità collettiva. Le reazioni sono state fondamentalmente due: chi ha gioito trionfalmente in nome del Decoro, adeguandosi al tono giustizialista della sindaca capitolina, e chi si è indignato perché un artista è stato rappresentato alla stregua di un narcotrafficante. C’è, però, anche un gran numero di persone che non capiscono lo sdegno di questi ultimi e proprio non riescono a comprendere il valore artistico di un writer come Geco.
Come è stato giustamente evidenziato da Francesco Brusa su Dinamopress, la cifra artistica di Geco si trova innanzitutto nell’atto performativo. La dimensione elevata delle scritte sui palazzi implica un lavoro faticoso, da realizzare in breve tempo, la cui difficoltà è accentuata dall’illegalità dell’azione. Ovviamente anche la riconoscibilità del “font” è frutto di un lavoro grafico, ma il suo profilo artistico non può appunto trascurare anche la scelta dei luoghi e le azioni site specific.
Ben venga poi la reiterata riflessione sulla street art, che per sua natura non è “quotabile”. Non essendo la tela o il piedistallo il suo supporto, né il museo o la galleria il suo luogo, non può essere spostata, non è comprabile, appartiene quindi al pubblico, a chi la guarda a chi la vive. Quando camminiamo su una strada conosciuta, ad esempio, le scritte sui muri sono uno degli elementi che di primo acchito ce la rendono familiare. Il legame percettivo e affettivo con “le scritte” sui muri, quindi, non può essere trascurato e in questo caso ha un gran peso. Nell’ambiente metropolitano, la riappropriazione dei luoghi pubblici passa anche attraverso questo aspetto che, ormai da decenni, non è più considerato vandalismo, bensì espressione culturale.
Mentre le istituzioni romane esprimono l’ipocrita contraddizione tra una mostra di Banksy, ora in corso al Palazzo delle Esposizioni, e il trionfante arresto di uno dei più conosciuti writer della capitale, si mette ancora una volta in discussione l’arte urbana.
Sebbene grazie ad alcuni critici “illuminati” la società ha fatto pace con alcuni street artists, come il già citato Banksy o come Keith Haring, nei confronti del writer comune storce il naso. Il writer non realizza grandi epifanie visive, semplicemente scrive dove vuole il nome che sceglie per se stesso. Lo fa nell’ambito di una sottocultura che anima l’underground delle metropoli occidentali dalla fine degli anni ‘70: ovvero l’hip hop. All’hip hop, per inciso, sono dedicati alcuni musei e mostre, negli Stati Uniti. Emerge nuovamente l’attitudine schizofrenica della società neoliberista, che da un lato condanna il writing, e allo stesso tempo dedica all’hip hop mostre e musei (forse perché storicizzandolo tenta di attenuarne l’impatto nel presente).
Idealmente il writer cosciente sceglie il proprio nome, dà a se stesso un’identità slegata dalle convenzioni sociali e scrive la propria tag (notare come il lessico dei social network abbia traslato proprio questo termine) attribuendovi uno stile e una riconoscibilità che lo rendono unico. Nel tessuto suburbano statunitense, dove nasce il writing, questa attività ha acquisito un valore sociale: insieme al rap e alle basi musicali, essa è diventata un modo per dar voce a chi vive l’emarginazione, la discriminazione, la violenza e il razzismo. Oggi, a ben vedere, con le dovute variazioni, è così in tutto l’Occidente, non solo negli Stati Uniti. Non è neppure difficile intuire che chi non ha voce, trova un modo per darsela, e il più delle volte urla piuttosto che sussurrare, e utilizza degli espedienti illegali per motivi di rabbia sociale. Forse ci si potrebbe mettere in ascolto, piuttosto che bollare come vandalismo questa forma di espressione, che al contrario spesso rappresenta una forma di salvezza per chi vive in condizioni di degrado, grazie alla sua componente comunitaria. Sì, perché l’atto performativo, di cui in precedenza di parlava a proposito di Geco, spesso è fatto in sinergia, da più mani, in una stessa crew, regalando esiti molto interessanti.
Nelle tag (dei bravi writer) c’è inoltre una ricerca calligrafica, ovvero di armonia estetica dei segni che compongono le lettere, pratica che nella nostra storia trova le sue radici nelle iscrizioni degli antichi romani, e che in Oriente si esprime da secoli nella pratica degli ideogrammi.
Abituati, come siamo, al concetto di bellezza, di arte estetizzante, di canoni classici (poiché la nostra storia ne è intrisa) storciamo il naso di fronte alle scritte sui muri che non ci sembrano belle, senza interrogarci sulla loro natura.
In un’epoca in cui l’artista è presentato come un divo, e il curatore ne è il suo manager (per citare la critica d’arte Lea Vergine, scomparsa da poco), ma soprattutto in cui l’accesso al museo costa molto e ha un pubblico molto elitario, forse è il caso di rivalutare l’immagine popolare. Nella cultura visiva odierna, un fumetto, un manifesto, un’illustrazione e un oggetto di design hanno la capacità di arrivare a tutti, esattamente come una scritta su un muro. E mentre si dovrebbero liberare pittura, scultura e istallazioni, relegate negli spazi espositivi per abituare gli osservatori anche a ciò che “non si capisce”, allo stesso tempo si dovrebbero valorizzare le forme di espressione popolare, che possiedono un grandissimo impatto sociale (basta leggere Walter Benjamin) e, a parere di chi scrive, anche un forte potenziale politico. Il post di Virginia Raggi che in molti ha evocato l’associazione tra bombolette e “armi” fa riflettere proprio in questo senso. Dal writing e dalla street art, allora, potremmo imparare molto, piuttosto che mettervi le manette.