Come reagireste se domani il telegiornale annunciasse che, per i prossimi tre anni, non verrà piantato grano perché l’acqua che normalmente avrebbe irrigato i campi va indirizzata verso i capannoni delle grandi multinazionali? Sembra fantascienza distopica, eppure è quello che è successo a Taiwan fra il 2021 e il 2023, quando su richiesta di TSMC, il più grande produttore di semiconduttori al mondo, intere aree dell’isola sono state abbandonate a sé stesse pur di non fermare la produzione1. Ai contadini di Taiwan è stato impedito di piantare riso per tre stagioni, mentre le fabbriche sfornavano processori a pieno ritmo. Processori destinati a un solo scopo: espandere sempre di più la potenza di calcolo dei data center dedicati alla IA. Il caso di Taiwan è emblematico, ma non è che un piccolo esempio. L’impatto ecologico dei data center è colossale sotto ogni punto di vista: consumo energetico, consumo di suolo, consumo idrico, scorie tossiche.
Mentre il pianeta si trova sull’orlo del precipizio, con quattro sistemi vitali a rischio2 incluse la corrente del golfo e la foresta amazzonica, sarebbe il caso di prestare molta attenzione a dove vengono spesi soldi, energia e tempo se non vogliamo pagare un prezzo molto caro negli anni a venire. E non serve guardare lontano per capire quanto rapidamente può diventare pericoloso il tipo di sviluppo miope e ostinato così caro al capitale. Le recenti e disastrose alluvioni in Emilia Romagna sono state rese possibili in larga parte dalla sistematica impermeabilizzazione del suolo portata avanti senza scrupoli nel nome dello sviluppo economico a colpi di poli logistici3. Distese di capannoni, non tanto diversi da quelli che ospitano i data center più grandi al mondo, che hanno trasformato il territorio in una conca da cui l’acqua riesce a defluire in un solo modo: travolgendo persone, animali, case, paesi interi. Il cambiamento climatico ci dovrebbe spingere a rileggere il nostro rapporto con l’ambiente e i territori in chiave nuova, per prepararci al futuro che inesorabilmente sta arrivando: tutela del suolo, utilizzo oculato delle riserve idriche, riduzione dei consumi e dell’inquinamento. E invece eccoci qui, intrappolati nel solito modello di crescita che violenta i territori e indirizza risorse che dovrebbero servire ai più verso le tasche dei soliti, pochi noti.
È in questa chiave che vanno letti i dati in arrivo dagli Stati Uniti, patria degli investimenti senza freni e senza riguardi per nessuno. In Lousiana, per esempio, Meta sta costruendo uno dei data center più grandi al mondo che, a detta degli esperti, da solo consumerà due volte l’energia necessaria alla città di New Orleans4. Non è secondario che la Louisiana sia uno degli stati americani più poveri, né ci dovrebbe sorprendere che sia uno stato a maggioranza nera: è nota la predilezione del grande capitale per i territori impoveriti e per le popolazioni scarsamente tutelate. Il consumo idrico è un altro grande aspetto della questione. Google, ad esempio, dichiara di aver consumato 23 miliardi di litri d’acqua per raffreddare i propri data center nel solo 2023. Non serve una laurea in ingegneria per capire che queste strutture esercitino una pressione incredibile sui territori nei quali vengono posizionate. Stesso discorso per le emissioni climalteranti: complessivamente si stima che i data center per le applicazioni IA abbiano prodotto emissioni, nel solo 2025, pari a quelle di una città come New York, mentre la rapida espansione dei data center in paesi come India e Cina, dove le norme ambientali sono molto rilassate per non dire inesistenti, lascia presagire un notevole salto quantitativo delle emissioni5.
Ora, il concetto di esternalità ambientale non è esattamente nuovo nel capitalismo, tuttavia è veramente difficile giustificare la costruzione sistematica e diffusa di strutture del genere nel contesto climatico di questi anni, anche mettendosi nei panni di chi, per mestiere, distrugge il mondo per profitto. Messi di fronte alla necessità di ridurre consumi e inquinamento, i padroni di Silicon Valley hanno deciso per l’ennesima volta di imporre al mondo la loro personalissima visione del futuro, senza alcun riguardo per le conseguenze ambientali delle loro scelte. Non è un caso che tutti i personaggi più in vista del settore si siano prostrati di fronte a Trump alla prima occasione utile: senza il supporto di una politica ambientale reazionaria e negazionista del cambiamento climatico il boom dei data center per la IA non sarebbe stato né possibile né accettabile. L’assoluto disprezzo che questa cabala di aspiranti tecnocrati esibisce verso ogni forma di buon senso è resa perfettamente evidente dalle richieste, avanzate da Oracle, Amazon, Meta e Google di costruire nuove centrali nucleari a ridosso dei loro data center6. Microsoft ha addirittura scelto di riattivare la centrale nucleare di Three Miles Island, tristemente famosa per l’incidente del 1979, con un contratto di fornitura elettrica per i prossimi 20 anni. Considerando la storica disattenzione delle multinazionali occidentali verso le popolazioni e i territori, non è esagerato ipotizzare che una nuova Bhopal possa essere dietro l’angolo per le comunità che vivono attorno a questi mostri ecologici.
Non è la prima volta che assistiamo a scempi ambientali in nome del fantomatico progresso (Verso dove? A che ritmo? Per il bene di chi? Non ci è dato sapere…), tuttavia questa volta il partito lavorista è stranamente silenzioso, invece di sbracciarsi come al solito a difesa dei padroni che “portano lavoro” . Forse perché sanno benissimo che i data center sono interamente automatizzati e possono essere seguiti da remoto anche se localizzati in un deserto. Perché i lavori di costruzione durano poco e sono portati avanti da aziende che non appartengono ai territori. Perché l’indotto è pressoché nullo dato che i server non vanno in pausa pranzo né comprano beni locali. La verità è che i nuovi data center hyperscale non hanno altro scopo se non quello di saccheggiare le risorse di un determinato territorio e trasformarle in potenza di calcolo ad uso e consumo delle grandi aziende di Silicon Valley. E tanti saluti a chi si troverà senza acqua da bere, senza terra da coltivare, con l’aria densa di esalazioni e senza nessun piano di smaltimento per le tonnellate di rifiuti elettronici altamente tossici che i data center lasciano dietro di sé.
1https://www.truthdig.com/articles/the-ecological-cost-of-ai-is-much-higher-than-you-think/
2https://www.earth.com/news/four-earth-systems-are-failing-and-experts-a-global-domino-effect/
3https://www.wumingfoundation.com/giap/2023/05/non-maltempo-ma-malterritorio/
4https://www.lincolninst.edu/publications/land-lines-magazine/articles/land-water-impacts-data-centers/
5https://www.theguardian.com/technology/2025/dec/18/2025-ai-boom-huge-co2-emissions-use-water-research-finds
6https://introl.com/blog/nuclear-power-ai-data-centers-microsoft-google-amazon-2025