Transizione verde e propaganda: come scardinare la narrazione delle destre negazioniste?

Poche persone al mondo possono vantarsi di aver attirato l’attenzione delle destre mondiali come Greta Thunberg. Giovane, donna, neurodivergente, senza peli sulla lingua, attivista per l’ambiente e per i diritti dei palestinesi, Greta è rapidamente diventata l’icona contro cui scagliarsi ogni volta che si intavola un discorso su cambiamento climatico e transizione energetica. Le accuse di far parte della famigerata “lobby green” e di usare un “approccio ideologico”, nate per attaccare l’attivista svedese, sono ormai diventate armi a tutto campo per i negazionisti del cambiamento climatico, da scagliare contro chiunque avanzi proposte, anche le più timide, che siano in contrasto con l’ordine stabilito dal grande capitale petrolifero.

La tentazione di deridere queste accuse, derubricandole come bigotteria o complottismo da quattro soldi è forte, ma non ci è di alcun aiuto. Dietro l’ossessiva aggressività delle destre si cela infatti un intero cosmo di convinzioni, più o meno credibili, che vale la pena indagare per capire meglio perché così tanta gente, che avrebbe molto da guadagnare da una transizione energetica rapida, scelga invece di schierarsi dalla parte dei grandi poteri dell’energia fossile. Ci focalizzeremo su due aspetti fondamentali e completamente abbandonati dalle sinistre, preoccupate esclusivamente di apparire moderate e ragionevoli: quello economico e quello socio-culturale. Sono questi i due pilastri sui quali le destre stanno costruendo indisturbate la loro narrazione distorta sul cambiamento climatico e sulla transizione energetica.

La prima osservazione da fare è che la transizione energetica europea è, allo stato attuale, fondamentalmente ingiusta: mentre gli stati dell’Unione continuano a incentivare l’estrazione di idrocarburi a suon di miliardi1, a una popolazione sempre più impoverita (specie nei paesi dell’area mediterranea) viene chiesto di sobbarcarsi i costi di pannelli solari, batterie di accumulo e auto elettriche senza alcun aiuto pubblico. Un semplice esempio chiarisce meglio di mille teorie perché non è credibile pensare che i cittadini siano in grado di sostenere autonomamente i costi delle pur necessarie normative ambientali europee: in Italia, aumentare la classe energetica di un appartamento di 100m2 può arrivare a costare anche 60.000€2, a fronte di un salario medio che si attesta attorno ai 33.000€3. Vale la pena ricordare in questo frangente che siamo l’unico paese europeo in cui il potere d’acquisto nel 2020 è calato rispetto al 19904. A queste spese si aggiungano i già menzionati costi per eventuali auto elettriche e pannelli solari, dove possibili.

Il quadro che emerge è sconfortante e mette in luce le aspre conseguenze economiche della sistematica depressione dei salari, da decenni cifra distintiva dell’intera economia nazionale. Stipendi bassi, norme stringenti e costi alti sono tre elementi che non vanno d’accordo e che si traducono molto rapidamente in idee politiche distorte laddove le destre populiste, sempre avide di argomenti da travisare per parlare alla pancia del paese, cavalcano la realtà dell’impoverimento e trasformano la necessaria e inevitabile transizione energetica in una follia ideologica imposta da Bruxelles ai già tartassati italiani, fomentando il risentimento e la sfiducia. Il mix fra scontento popolare e propaganda di destra è esplosivo: da nord a sud ogni manifestazione per il clima e la giustizia sociale viene ormai accolta con sdegno e disprezzo, come se la colpa del disastro fosse di chi punta il dito contro i problemi e non di chi li causa. Gli argomenti sono sempre gli stessi: “ci fanno fare tardi a lavoro”, “non si può bloccare così una strada pubblica”, “e se qualcuno si sente male che si fa?”. Vale la pena osservare che nessuno di questi argomenti viene utilizzato quando a bloccare le strade sono gli agricoltori con i loro mezzi pesanti. Il colmo si è raggiunto quando, durante uno dei blocchi organizzati a Catanzaro dagli agricoltori della zona, il morto ci è scappato per davvero e nessuno si è chiesto se fosse giusto bloccare la strada o meno5. La retorica delle destre, sempre solerti quando si tratta di difendere gli interessi del capitale, si guarda bene dal criticare le colonne di trattori sulle strade, facendone anzi una battaglia da rivendicare come propria; quando a protestare sono invece quelle e quei giovani che con le conseguenze del cambiamento climatico dovranno confrontarsi per il resto delle loro vite, la reazione da destra è immediata e feroce.

Eppure il modo per disinnescare questo circolo vizioso esiste, ed è tanto semplice quanto invisibile agli occhi della triste e inadeguata classe politica italiana: migliorare drasticamente le condizioni economiche della classe lavoratrice e investire massicciamente in interventi pubblici di adeguamento energetico. Non è possibile continuare a imporre la transizione ex cathedra mentre il grosso della popolazione riesce a malapena a stare a galla fra bollette salatissime, affitti alle stelle e lavoro povero. Va da sé che cambiamenti di questa entità dovrebbero accompagnarsi a un ripensamento radicale della fiscalità a livello nazionale ed europeo in direzione di una tassazione progressiva che sappia ridistribuire la ricchezza in maniera più giusta; un argomento a cui tuttavia la politica, a destra come a sinistra, sembra mortalmente allergica, intrappolata com’è nelle maglie ideologiche del neoliberismo e nella ristrettissima visione della realtà da questo postulata.

Un secondo punto che va chiarito, se si vuole parlare seriamente di transizione verde senza alimentare la già prolifica macchina della propaganda conservatrice, è che non è possibile immaginare una vera transizione senza ripensare a fondo il modo in cui viviamo. Per riuscire, la transizione deve essere radicalmente ridefinita in termini sociali. L’attuale approccio alle energie rinnovabili è pensato per rispondere alla domanda “come possiamo trasformare l’economia globale alimentata dagli idrocarburi in un’economia globale alimentata dalle rinnovabili?”, ma partire da questa premessa è una condanna a morte. È necessario invece porre la domanda in termini completamente diversi: “quali sono i nostri reali bisogni energetici e come possiamo soddisfarli nel modo più sostenibile possibile?”. Solo spostando l’attenzione sull’aspetto umano, sociale e culturale del consumo energetico possiamo sperare di avere successo sul lungo termine.

Rimanere nel solco dell’attuale approccio non fa altro che rinforzare le destre negazioniste al soldo dei grandi gruppi petroliferi. Gli argomenti sono noti: le rinnovabili non sono costanti, non producono abbastanza energia, non possono essere usate ovunque allo stesso modo, necessitano di accumulatori costosissimi, non ci sono abbastanza metalli rari sul pianeta e via dicendo. È estremamente difficile smontare queste obiezioni perché, nel contesto dell’attuale economia globalizzata, sono fondamentalmente giuste. Come già fatto prima, passiamo a un esempio concreto: immaginiamo di voler sostituire tutte le auto circolanti con mezzi elettrici, come previsto dalle normative europee. Allo stato attuale, perseguire questo obiettivo sarebbe seriamente deleterio per l’infrastruttura elettrica, così come sarebbe devastante per l’ambiente estrarre i milioni di tonnellate di litio e altri metalli necessari per le batterie. Chiunque sostenga una piena elettrificazione della flotta globale di auto private non fa altro che preparare il terreno agli scettici delle rinnovabili e, cosa forse ancor più grave, ai sostenitori del nucleare.

Per scardinare la propaganda anti-transizione è necessario un esercizio di immaginazione collettiva che e metta in dubbio gli assiomi stessi del sistema attuale. Proviamo quindi a immaginare un approccio nuovo: invece di elettrificare tutte le auto in circolazione, una vera transizione dovrebbe puntare a istituire un trasporto pubblico elettrificato che sia accessibile, pervasivo e affidabile al punto da rendere inutile l’automobile privata, sia essa elettrica o meno. Questo esercizio andrà necessariamente esteso a ogni aspetto della società: agricoltura, produzione industriale, logistica, intrattenimento, trasporti, edilizia e via dicendo. Anche in questo caso tale approccio richiede una classe politica in grado di immaginare un futuro che non sia business as usual ma con i pannelli solari sui tetti per far contenta Greta Thunberg. Le colpe della destra, serva come sempre degli interessi borghesi, sono chiare ed evidenti in questo ambito; ma ancor più gravi e ingiustificabili sono quelle della sinistra, che ha abdicato ormai completamente al ruolo di pungolo del progresso storico e sociale ed è diventata lo zombie di sé stessa, incapace di produrre una visione coerente del mondo a cui aspirare collettivamente.

Come uscirne? Per quarant’anni abbiamo permesso al neoliberismo di atrofizzare la nostra capacità di immaginare un mondo diverso da quello, arido e funereo, che il grande capitale ci presenta come l’unico possibile. Adesso il cambiamento climatico ci pone di fronte a una scelta fondamentale: lasciare le redini della transizione a quelli che ci hanno portato sull’orlo del precipizio o riprendere il controllo della narrazione politica e ripensare alla radice il nostro posto nel mondo. Scegliere la via sbagliata potrebbe costarci molto più di qualche punto percentuale alle prossime elezioni.

1https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/fossil-fuel-subsidies

2https://www.immobiliare.it/news/progettare-casa/ristrutturazione/quanto-costa-cambiare-la-classe-energetica-della-propria-casa-177555/

3https://europa.today.it/attualita/stipendi-italia-ue-2025.html

4https://www.corriere.it/economia/lavoro/24_maggio_09/in-italia-si-guadagna-meno-che-nel-1990-e-l-unico-paese-ue-dove-i-salari-reali-sono-scesi-il-grafico-741356f1-2bd7-46de-b0af-1717f28c6xlk.shtml

5https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/01/29/malore-in-auto-ferma-per-protesta-agricoltori-morto-56enne-_b5c0c7dc-53bd-4c36-8147-cca48a197a46.html

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