di MV
Ogni giorno è Memoria
Edith Bruck
Fin dall’inizio dell’umanità, l’uomo ha narrato il passato con i graffiti nelle grotte, i racconti tramandati oralmente dagli aedi, fino ai libri e ai podcast, ripercorrendo gli avvenimenti con lo scopo di adoperarli nel presente per non dimenticare, nella speranza che si possa trarre insegnamento e non percorrere di nuovo i vecchi errori ma appropriarsi di gesti nobili esemplari che siano faro per comportamenti virtuosi. Come si suol dire, la storia è l’occasione per riavvolgere il nastro e ricominciare bene.
La storia quindi è il racconto documentato degli eventi passati, è scritta dagli storici, che cercano di analizzare i fatti utilizzando fonti affidabili, documenti e testimonianze. Si presenta come un racconto oggettivo degli eventi, basato su una documentazione accurata e su un metodo scientifico di ricerca e interpretazione. La storia ha una dimensione pubblica, è una disciplina del sapere che esige un confronto e sottostà alle ferree regole delle scienze. Non è una verità assoluta ma una narrazione certa oltre ogni ragionevole dubbio.
Marc Bloch la definisce la “scienza degli uomini nel tempo” e Jacques Le Goff il modo in cui l’uomo interagisce con il suo presente per conoscere il suo passato. È il presente che pone le domande al passato non viceversa.
La storia comprende senza giudicare e si riferisce al come sono andate le cose e al perché le cose sono andate in un certo modo, individuando le ragioni che spiegano i nessi tra gli eventi.
La storia serve anche a confutare i luoghi comuni che talvolta finiscono per produrre vere e proprie falsificazioni, come per esempio quello del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano” che si diffuse al termine della seconda guerra mondiale; ma anche quando non ci sono falsificazioni, la semplificazione della realtà, che i luoghi comuni generano, allontana dalla conoscenza storica.
Sempre Marc Bloch ci ricorda che la storia mal compresa potrebbe proprio, se non vi si pone attenzione, finire col trascinare nel proprio discredito la storia meglio intesa. Ma se dovessimo mai arrivare a tal punto, ciò avverrebbe al costo di una violenta rottura con le nostre più costanti tradizioni intellettuali.
Quindi chi fa storia ha una responsabilità verso tutta l’umanità: evitare il più possibile i meccanismi di falsificazione del passato. Se è vero che studiare e analizzare il passato non significa conoscerlo come realmente è stato, possiamo dire che è imperativo, usando le parole di Hans-Georg Gadamer, studiare, ovunque essa si dia, l’esperienza di verità. E questo si può tentare partendo dalle certezze, per quanto poche ed esili esse siano. La storia è ricerca e in quanto tale costringe a delle scelte.
Ma attenzione, la storia e la memoria sono due concetti che si riferiscono a cose diverse.
La memoria è il modo in cui le persone ricordano e interpretano gli eventi; fornisce un’esperienza intima ed emotiva del passato; è soggettiva e può contenere errori e distorsioni: le persone possono ricordare gli eventi passati in modo diverso, e la loro interpretazione degli eventi può essere influenzata da fattori culturali, sociali e psicologici.
La memoria non ha il quadro d’insieme e la complessità, che sono tipici invece del discorso storico.
Essa è una rappresentazione del passato per estrapolazione, seleziona alcuni eventi, è selettiva, non ci ricordiamo tutto. Un atto di memoria individuale implica immediatamente un atto di oblio e, come diceva Fernando Pessoa, ricordare è dimenticare. E anche se apparentemente la memoria si pone come un antidoto all’oblio, in realtà è la selezione di ciò che va ricordato e di ciò che va dimenticato.
Il dovere della memoria è presentato come un invito al sapere ma, più correttamente, dovrebbe essere un invito al volere: una memoria che non impara è, nei fatti, una forma di smemoratezza colpevole.
Primo Levi, nel primo capitolo de I sommersi e i salvati, richiama il lavoro svolto sulla sua memoria, per evitare falsi ricordi.
La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace (…). I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei (…). Si conoscono alcuni meccanismi che falsificano la memoria in condizioni particolari: i traumi, non solo quelli cerebrali; l’interferenza da parte di altri ricordi «concorrenziali»; stati abnormi della coscienza; repressioni; rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali è all’opera una lenta degradazione, un offuscamento dei contorni, un oblio per cosí dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono. (…) è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna (…).
Questo stesso libro è intriso di memoria: per di piú, di una memoria lontana. Attinge dunque a una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso. Ecco: contiene piú considerazioni che ricordi, si sofferma piú volentieri sullo stato delle cose qual è oggi che non sulla cronaca retroattiva. Inoltre, i dati che contiene sono fortemente sostanziati dall’imponente letteratura che sul tema dell’uomo sommerso (o «salvato») si è andata formando, anche con la collaborazione, volontaria o no, dei colpevoli di allora.
La memoria sembra invadere oggi lo spazio pubblico delle società occidentali. Il passato accompagna il nostro presente e si radica nell’immaginario collettivo, fino a suscitare quella che alcuni commentatori hanno definito “un’ossessione commemorativa” amplificata con forza dai media. La sacralizzazione dei luoghi della memoria dà luogo a una vera “topolatrìa” e la rivisitazione permanente del passato recente produce inevitabilmente un effetto di “saturazione della memoria”.
La sovrabbondanza di informazione storica prodotta dai media e dalla rete, la loro pervasività e invadenza, portano spesso a un consumismo sfrenato e dilagante di “vulgate storiche” con l’uso massiccio del testimone e della testimonianza che ci condanna all’illusione di avere la storia in presa diretta mentre invece rischia di anestetizzarci.
La proliferazione delle celebrazioni ha reso il Novecento un secolo affollato, in cui alla narrazione storica unitaria e condivisa è andata sempre più sostituendosi una miriade di memorie e la storia del Novecento viene sempre di più declinata come una prospettiva commemorativa al plurale, priva di qualsiasi orizzonte unitario di ricostruzione storica.
Negli ultimi anni si è consumata una perdita sempre più massiccia di conoscenza storica da parte dei giovani, e la storia ha perduto i tratti di disciplina costruttrice di sentimento di cittadinanza, di senso comune e, più in generale, di identità e consapevolezza culturale, civile e politica.
Si parla di ‘giornata della memoria’ e non di una ‘giornata della storia‘ perché si vuole commemorare e commemorare vuol dire cercare di conservare insieme un ricordo condiviso che come singoli e come gruppi ci faccia tenere una certa rotta.
Però la commemorazione è tale perché adotta un rituale che vive di ripetizione sempre uguale, avendo già deciso e assegnato il valore del suo oggetto, diffidente verso eventuali novità che possano smuovere l’assetto consolidato. Rischia così di diventare un simulacro.
La possibilità di utilizzare il Giorno della Memoria per una riflessione che abbracci altri genocidi, oltre alla Shoah, può consentire di mettere a fuoco le dinamiche che hanno portato ai genocidi e cogliere quindi quei primi early warnings (primi avvertimenti), come li chiama il Sistema di prevenzione delle Nazioni Unite, tra cui primeggiano l’incitamento all’odio e la discriminazione razziale.
Il senso profondo della Giornata della Memoria risiede nel monito universale del “Mai Più”, ma diventa una liturgia civile svuotata di ogni etica e di ogni significato se si consuma nel silenzio assordante di fronte a ciò che sta accadendo in Palestina trasformandosi in rito di distrazione di massa.
Se il “Mai Più” è un senso morale universale che però vale solo per alcuni e non per altri, allora perde ogni valore e diventa pura propaganda.
Dovremmo chiederci che senso abbia ricordare l’orrore di ieri se restiamo inerti davanti all’orrore di oggi. Se la memoria non serve a fermare la mano che uccide nel presente, è solo un modo per l’Occidente di lavarsi la coscienza mentre continua a sostenere, politicamente e militarmente, la cancellazione di un altro popolo.
Il solo modo onesto di ricordare è trasformare quel ricordo in un grido di condanna contro ogni forma di sterminio attuale, a cominciare da quello del popolo palestinese.