di A.R. e G.R.
Un ventunenne, originario della Guinea, si toglie la vita nel Cpr di Ponte Galeria, il 4 Febbraio. Le condizioni inumane dei centri per i rimpatri sono insostenibili.
Ousmane Sylla viene ritrovato ancora in vita con ancora il lenzuolo al collo. Davanti a lui un messaggio, un ultimo urlo straziante: “Se dovessi mai morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa, mia madre ne sarebbe lieta (…) I militari italiani non capiscono nulla a parte il denaro. L’Africa mi manca molto e anche mia madre, non deve piangere per me. Pace alla mia anima, che io possa riposare in pace”.
I compagni di cella tentano di salvare la vita del ragazzo, si sbracciano, urlano, ma l’ambulanza arriverà ben due ore dopo, a decesso ormai avvenuto. La rabbia è tanta e davanti a quel punto di arrivo di disumanità scoppia la rivolta, che porta all’arresto di chi ha osato alzare la protesta per quell’omicidio di stato e per le condizioni di vita degradanti a cui i migranti sono costretti senza aver commesso alcun reato. I 14 arrestati verranno affidati a degli avvocati d’ufficio, pur avendo degli avvocati di fiducia.
La storia Ousmane era quella di molti altri: entra in maniera irregolare da minorenne, segue un percorso di inserimento, perde il permesso di soggiorno e riceve un decreto di espulsione. Prima il trattenimento al Cpr di Trapani, poi il trasferimento a Ponte Galeria senza un’apparente motivazione e senza accordi di rimpatrio.
Con la Guinea non esistono accordi per i rimpatri, quindi perché si trovava in quel luogo e qual era il senso del trasferimento? Su questo faranno luce le indagini per istigazione al suicidio, che già hanno puntato i riflettori sulla mancata assistenza sanitaria di questi centri di detenzione che vantano una fama peggiore delle carceri italiane. Il ragazzo era stato segnalato per le condizioni psichiche, che lo rendevano non idoneo alla reclusione, semplicemente non doveva essere lì.
Le condizioni di molti è di essere trattenuti in questi luoghi, spostati come pacchi, disumanizzati e incarcerati fino a 18 mesi, secondo le nuove disposizioni del governo. Un governo che mira unicamente a contenere a far credere all’opinione pubblica che ci sia il pieno controllo della gestione e una perfetta intesa con i governi africani, quando la realtà è che non ci sono stralci di accordi nemmeno per chi, come Ousmane, era arrivato a chiedere di tornare in Guinea, tanta era la disperazione per l’inferno burocratico che lo aveva portato ad una reclusione forzata.
Ousmane era un migrante, un giovanissimo migrante scappato dalla propria terra in cerca di una vita dignitosa, o forse più semplicemente nel tentativo disperato di tenersela, quella vita. Ha attraversato terra e mare, prigionia e sfruttamento, ma ha deciso di farla finita qui, a pochi chilometri di distanza da noi. Lo ha deciso quando, raggiunto l’obiettivo, si è trovato di fronte un muro di indifferenza, di razzismo e di repressione. Il piano Mattei finora è consistito nel goffo tentativo di trovare denari europei per convincere gli africani a fare il lavoro sporco, mentre le sole azioni concrete di questo governo in maniera di migrazioni si possono riassumere, dal pacchetto Cutro all’accordo con l’Albania, in una serie di interventi cinici e pericolosi che non faranno altro che aggravare la situazione aumentando casi di gesti estremi e sofferenze nei Cpr e in tutto il Paese. Interventi che hanno con l’unico scopo di aizzare l’ignoranza della disperazione per sedimentare il proprio elettorato di fiducia e magari racimolare qualche voto in più dall’estrema destra fascista nostrana, e pazienza se qualcuno (in più) ci rimetterà la vita.
Ousmane era un giovane vulnerabile, che sognava di fare il cantante, ma che non è stato preso in considerazione come essere umano.
Foto di Sandor Csudai.