di M.C. , illustrazione di Bef.
L’importanza etica e non solo economica di un boicottaggio sta proprio nella possibilità di analizzare le parti in causa e ripudiare il loro agire tramite una serie di azioni atte a smascherare, colpire e possibilmente indebolire uno o più soggetti ( aziende, marchi, multinazionali, soggetti politici, prodotti e pensieri dominanti della vita di tutti i giorni).
Partendo dal presupposto che purtroppo una piccola parte della popolazione mondiale è in grado di affrontare una completa e continuativa auto-sosteniblità, rimane la grande, grandissima fetta di umanità che si vede costretta a consumare, all’ interno di un sistema che ci viene proposto dall’alto, i beni primari necessari alla sussistenza. Ma anche beni secondari, spesso indotti dalla cultura moderna che ci vuole ossessivi compulsivi divoratori di tecnologie d’avanguardia e prodotti usa e getta, vincolandoci così ad un mondo di spazzatura perenne.
Ma se è vero che un boicottaggio può essere considerato come un metodo di lotta, sarà pur vero che prima di intraprendere una scelta di questo tipo bisognerà individuare le cause, le motivazioni che ci muoveranno in quella direzione (ovvero la lotta) e che in qualche modo ci renderanno partecipi attivamente in questo caso solidarizzando col popolo palestinese sotto occupazione militare e nel completo abbandono a livello internazionale da parte di stati che potrebbero fermare almeno questo genocidio.
Ma per entrare nel merito della questione: possiamo ricondurre un parallelismo tra oppressi ed oppressori anche sul nostro territorio?
Siamo veramente sicuri che anche qui non si stia giocando la stessa partita per ridurci sempre più schiavi del sistema profitto? Che non ci stiano togliendo sempre più diritti? Che il ricchissimo verde che abbiamo intorno appartenga per la maggior parte a dei nobili che neanche nel medioevo? E che nel migliore dei casi venga visto come un luogo da profanare con la caccia, la raccolta di funghi e asparagi?
Personalmente penso che uno dei maggiori contributi che possiamo donare agli abitanti di Gaza, di Palestina o a noi stessi, sempre nell’ottica di vita-esistenza condizionata quindi da sfruttamento sta proprio nel creare un punto di rottura, una presa di posizione che non si esaurisca solo nella scelta di un prodotto o di un supermercato che appoggia Israele ma che coinvolga l’esistente intorno a noi. Giorno dopo giorno, creare sempre più punti di rottura.
Scelte ecologiste per esempio.
Scelte che ci potrebbero indirizzare verso un utilizzo meno massiccio delle automobili, della plastica o del cibo spazzatura.
Poi ci sono i temi scottanti riguardanti le coltivazioni, visto che molte sementi dedicate ai nostri orti provengono proprio da Israele.
Tutto questo è possibile per una serie di accordi internazionali che prevedono ricerca e piani progettuali di collaborazione universitarie anche in Italia.
Progetti strettamente mirati per migliorare e produrre sistemi di controllo e repressione in vari settori della tecnologia .
I settori più battuti fino ad oggi nelle università che hanno collaborato con Israele sono la semantica, il settore aerospaziale, missilistica e affini quale la caduta dei gravi, somministrazione mirata dei farmaci ( che visto i soggetti fa molto riflettere), chimica “green” ovvero sviluppo di nuovi materiali ecologicamente sostenibili, biotecnologie e nanotecnologie.
Tutti questi rami di progettazione e collaborazione universitarie sono facilmente rintracciabili in rete.
Anche se per fortuna una risposta da moltə studentə e docenti universitari c’è stata .
Ci sono state occupazioni e presidi per far sentire il proprio dissenso a questa barbarie. Ma tant’è! Fino a quando non si prenderà coscienza che una grande fetta di ricerca viene direzionata per creare morte e dolore saremo costretti a sollevarci ogni volta più convinti di prima.
Solidali con la Palestina.