Un anno da nazione

Ottobre 2023. Quasi un anno di governo Meloni e l’aria, com’era inevitabile, è già cambiata. Peccato però non si tratti della “pacchia finita” dei burocrati e degli istituti di credito internazionali, quanto della libertà condizionata a cui il governo sta costringendo, colpo su colpo, gli ultimi, i poveri, le minoranze tutte.

Provvedimenti proibizionisti, guerra ai rave e alle canne, ma soprattutto lotta senza quartiere contro disoccupati, lavoratori poveri, migranti e giovani (a volte giovanissimi). In 10 mesi di governo Meloni abbiamo visto una serie martellante di proclami e slogan propagandistici alternati a leggi, e soprattutto decreti, che in poco tempo hanno stravolto un clima già pesante e austero.

Il cambiamento climatico viene vissuto come un problema ma non si fa nulla per risolverlo. Si preferisce invece dare fiato ai negazionismi più goffi e a nascondere la polvere sotto il tappeto, continuando a blaterare di econazismo, fanatismo e radicalità, quando le azioni messe in atto dai cittadini e cittadine nell’ultimo anno sono il frutto della disperazione e della preoccupazione(leggi eco-ansia) da cui, chi vive nella realtà quotidiana di questo Paese e in questo mondo in generale, non può che essere sopraffatto. Campi inariditi, regioni intere spazzate via da eventi climatici devastanti e mai visti prima, temperature impazzite e invivibili. Tutto quanto stiamo vivendo rispetto al cambiamento climatico viene considerato, nella migliore delle ipotesi, “esagerato” da chi ci governa, tanto da continuare a perseguire, almeno a parole, obiettivi distruttivi per l’ambiente, il clima e il nostro ecosistema. Ma senza dimenticare, anche qui, la guerra ai poveri. Il grande hub energetico, le concessioni balneari prorogate, le gare d’appalto limitate, a volte abolite, costituiscono la spina dorsale dell’agire di questo governo rispetto al tema del clima ma anche a quello del lavoro. Come accaduto con lo stop alla registrazione dei cosidetti figli “omogenitoriali”, così accade anche per ambiente e lavoro che l’esecutivo Meloni si muova a “passo di gambero” sui diritti dei più deboli, calpestando la dignità di cittadini e cittadine con l’obiettivo di cancellarne le rivendicazioni e financo l’esistenza. Esistenza resa sempre più dura anche ai migranti. Ben quattro decreti, a partire dalla strage di Cutro, che uno dopo l’altro hanno ristretto radicalmente gli spazi di libertà di disperati che, attraversato un mare ormai cimitero a cielo aperto, finiranno confinati per mesi in campi di concentramento per essere poi, eventualmente, riconsegnati a trafficanti e dittatori, col rischio di coinvolgere anche minori e donne in gravidanza.

Ma sarebbe ingenuo e fin troppo riduttivo pensare che un’azione del genere sia mossa da rancori o dalla semplice violenza politica di cui è propria l’azione fascista nella storia. Meloni, Salvini, Giorgetti non sono né picchiatori da strada né esaltati psicolabili che blaterano di abolizione della 194 o di cliniche curative per gli omosessuali. Questi ultimi infatti sono strumenti per chi oggi governa il Paese, clave da brandire dove trovano dissenso organizzato, progresso culturale, opposizione politica. Il fine ultimo è un altro e ha a che fare con la visione di questi personaggi, specie di alcuni. Basterebbe leggere un estratto di “Io sono Giorgia” per rendersi conto del progetto, dello scopo che, seppur in ordine sparso, muove le scelte dell’esecutivo. Basterebbe considerare l’abolizione del reddito di cittadinanza e il rifiuto di combattere il lavoro povero per comprendere come a livello economico non vi siano punti di contatto con quella destra sociale che, sempre e solo a parole, si è elevata storicamente a portavoce delle (italiche) classi popolari. Siamo passati da “Paese” a “Nazione” senza batter ciglio e ora ci avviamo a grandi passi verso una realtà che chi ci governa vorrebbe libera dalle voci dei poveri, libera dalla presenza di omosessuali, libera da riflessioni critiche, proteste e dissenso sociale. Verso una realtà fatta di trivellazioni e morti nel mediterraneo; lavoratori poveri costretti in cantieri sempre meno controllati e quindi sicuri; persone omosessuali, transgender e non-binarie costrette al silenzio e all’anonimato. Tutto questo in nome di una “nazione” sana, prolifica, bianca e supina ai grandi interessi finanziari e industriali. Se continueremo ad assistere inermi all’involuzione in atto ci troveremo presto in una realtà d’elite, in cui noi, poveri e messi alla gogna, avremo il solo spazio necessario a servire i primi della società, quelli che “ce l’hanno fatta”, almeno fin quando il collasso climatico non sarà definitivo. Siamo sole e soli, e la sciagurata alternanza e commistione tra esecutivi di destra e “non di destra” sta lì a ricordarcelo. Anni e anni, ormai decenni, di governi tecnici, formazioni ibride e politiche liberticide dovrebbero averci fatto comprendere come l’alternativa, l’unica possibile, all’imbarbarimento dobbiamo essere noi, con la nostra azione, con la nostra resistenza, locale o nazionale che sia. D’altronde nessuno potrà avere da ridire se affermiamo che non è possibile ripartire da chi ha varato il job act, né tantomeno da un sindacato che lo utilizza per licenziare i propri dipendenti senza giusta causa. Nessuno potrà stupirsi se a lottare contro questa barbarie saranno ancora una volta gli stessi che lottarono a Genova e non chi, negli anni, tra Ventotene e Firenze, ha definitivamente smesso di fare politica nell’interesse degli ultimi, dei poveri, dei lavoratori. E allora sarà chiaro a tutti e tutte che dovremo pensarci noi, da soli, con la forza delle idee, dell’organizzazione e della visione di un futuro dignitoso.
Chi lavora dev’essere retribuito, chi scopa deve poterlo fare con chi vuole e senza nascondersi, chi denuncia la catastrofe ambientale dev’essere ascoltato dalla politica, chi vive un territorio deve poter decidere di esso insieme alla propria comunità, chi salva vite dev’essere ringraziato, incoraggiato e aiutato. “Certe vorte pare che il mondo gira alla rovescia”, diamoci una smossa e lottiamo perché il giro torni ad essere quello giusto e la notte passi in fretta.

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