Abbassate le armi, Alzate i Salari!

Il 24 giugno scendiamo in piazza a Roma, contro il governo Meloni e la militarizzazione delle nostre vite

Si respira aria pesante. Ogni giorno che passa si moltiplicano i segnali di una pericolosa deriva bellicista. Siamo ad oltre un anno dall’inizio del conflitto che, in Ucraina, ci ha visto da subito tra i protagonisti. L’escalation sembra lenta ma è continua, e di essere passati dall’invio di medicine e aiuti umanitari all’addestramento di contingenti militari ucraini sul nostro territorio sembra non essersene accorto quasi nessuno. O meglio si è messo in moto un meccanismo propagandistico così forte e ramificato da normalizzare qualunque cosa, anche l’invio di armi e mezzi che qualche mese fa venivano esclusi dalla partita degli aiuti militari proprio a rassicurare sulla non belligeranza del nostro e degli altri paesi membri di NATO e Patto Atlantico. Il conflitto assume ogni giorno dimensioni più preoccupanti, e l’atteggiamento dei due contendenti al comando sembra sempre meno lucido e più distruttivo. E anche i confini si stanno allargando. Da qualche tempo, con sempre maggiore frequenza e impatto, si ripetono i bombardamenti anche sul territorio russo, mentre in tutti i paesi dell’est Europa alleati dell’Ucraina si preparano contingenti e armamenti per un intervento che segnerebbe definitivamente l’allargamento del conflitto all’Europa e alla Nato. In questa cornice ci inseriamo noi. Un Paese governato dalla destra ex missina che, in barba all’articolo 11 della Costituzione, continua l’opera iniziata dai due esecutivi precedenti armando la guerra e non facendo nulla in ottica diplomatica. Non solo. Il governo Meloni, che si fregia di avere come Ministro della Difesa un produttore e commerciante di armi, alza la spesa militare, non pone limiti agli aiuti e si prepara a varare una mini leva volontaria con la quale accelerare un processo già in atto: riproporre un’educazione militarista, bellicista, retrograda ma tanto cara a certi nostalgici nostrani, attraverso una presenza del modello militare sempre più massiccia nelle scuole, nell’informazione, nell’intrattenimento e nel cosiddetto mercato del lavoro, svuotato di diritti e opportunità e riempito, specie nel sud Italia, dalla sola alternativa dell’arruolamento. Questa è l’aria pesante che ci preoccupa, e non vogliamo restare a guardare. Gli italiani, fin’ora, si sono dimostrati tra i pochi in occidente, e non certo a livello politico e decisionale, in grado di mantenersi, ancora in maggioranza, lucidamente contrari all’invio di armi e a questa e a tutte le guerre. Ma questa volta l’interesse a partecipare alla partita bellica è evidentemente più forte del bisogno di questa destra populista, sovranista e propagandistica, di cavalcare il consenso popolare. I livelli di povertà e disoccupazione tra i più drammatici d’Europa non sono il principale motivo di preoccupazione di chi legifera, né sembra si stia dando il giusto peso alla spesa di soldi a debito sulle nostre generazioni future, visto il voto che ha aperto alla spesa del PNRR in armamenti. Siamo insomma di fronte ad un attacco complesso e articolato, che da una parte spinge alla guerra, quella vera, fatta di morti e feriti giornalieri, di disastri ambientali irreparabili, di sofferenza, morte e stenti per intere generazioni che combattono oggi e che nasceranno su cumuli di macerie domani. Dall’altra ci spinge al limite sia a livello culturale che economico. In una situazione di crisi perenne e strutturale infatti viene abolito il RDC ma si promuove la carriera militare, mentre nelle scuole viene incoraggiata sempre più la presenza “formatrice” delle nostre truppe, per un tentativo inaccettabile di sostituire l’educazione alla pace con una violenta cultura della guerra e del controllo repressivo costante delle vite umane. Queste oggi sono le ragioni della nostra mobilitazione. Le ragioni che ci spingono ad organizzarci in tutti i modi possibili e per cui chiediamo uno sforzo di unità di intenti di tutte e tutti gli antimilitaristi, di tutti coloro che non accettano più di vivere in un paese che esalta la guerra e la vuole portare nelle vite delle persone attraverso il ricatto di povertà e precarietà, due piaghe in espansione a cui nessuno però pare voler porre un freno. Per queste ragioni ti invitiamo a sostenerci e a partecipare. Abbiamo dato vita, anche qui a Bracciano, all’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole, per occuparci con costanza del problema nel nostro territorio, in difesa delle giovani generazioni di studenti e studentesse che vivono nelle nostre scuole e per essere sentinella contro l’incultura militare e strumento per portare avanti tutte le iniziative di contrasto al militarismo e alla guerra nella nostra comunità. A cominciare dal referendum contro l’invio di armi per il quale invitiamo tutti a firmare, e all’organizzazione di un gruppo di persone che vogliano partecipare alla prossima manifestazione di Roma prevista per il 24 giugno prossimo.

Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole – Bracciano

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