di G.F.
Immaginate la vostra reazione se oggi vi proponessero di intraprendere un percorso di formazione volto ad apprendere i principi di funzionamento e le modalità di produzione delle videocassette VHS. La proposta risulterebbe perlomeno anacronistica, se non addirittura una vera e propria presa in giro. Bene, questo è quello che sistematicamente accade ai giovani che vivono in Italia e che si propongono di diventare ricercatori. Per quanto assurdo possa sembrare, la scelta di tale impiego risulta più fuori contesto di quanto possa essere una VHS nel 2022.
Ma andiamo per ordine. Per avere una visione più chiara sulla questione è necessario fissare alcuni numeri “concreti”: al momento l’Italia occupa uno degli ultimi posti tra i paesi OCSE per percentuale di ricercatori (circa 0.4%) e dottori di ricerca (0.5%) sulla popolazione tra i 25 e i 64 anni, per un totale di circa 300mila unità. La situazione si fa ancora più tragica se analizziamo l’età media dei ricercatori italiani, che nel 2016 si aggirava intorno ai 45 anni, specificando che nel settore universitario l’età media si alza ulteriormente arrivando a 48.5 anni. Bastano queste poche informazioni per delineare un quadro che bene approssima la realtà: in Italia ci sono meno ricercatori di quanti ve ne siano in gran parte dei paesi occidentali e i pochi presenti hanno un’età mediamente compresa tra i 45 e i 50 anni, per questo si può affermare senza troppe remore che, per un giovane, diventare ricercatore in Italia è altamente improbabile se non impossibile. Questo è uno degli svariati motivi per cui molti si vedono costretti a lasciare il Bel Paese per cercare un posto di lavoro all’estero, dove mediamente i ricercatori sono anche meglio retribuiti.

Grafico elaborato dal CNR nella terza edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”.
Come è possibile che l’Italia versi in condizioni così critiche? Una grossa fetta del problema può essere individuata nelle scelte politiche prese negli ultimi 15 anni. Tra i vari provvedimenti, si ricordino i sostanziali tagli ai finanziamenti statali per l’istruzione e la ricerca della riforma Gelmini e una perlomeno spiacevole tendenza a sovrapporre a tutti i costi la scuola con le imprese, anche per mezzo dell’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla riforma “Buona Scuola” del governo Renzi.
Tenendo in considerazione solamente questi due aspetti per semplificare il ragionamento, possiamo comunque comprendere la conformazione del terreno malato su cui poggiano le radici del sistema scolastico. Focalizzandoci sul lato ricerca è chiaro che meno finanziamenti corrispondono inevitabilmente a meno posti disponibili e peggio retribuiti; inoltre il passaggio diretto dal percorso formativo al lavoro nelle imprese è molto pericoloso per l’attività di ricerca in sé. Questo perché se l’unica via del ricercatore diventa quella di trovare impiego nel settore privato, la propria attività verrà valutata esclusivamente sulla base di criteri legati al profitto e alla produzione. In tal modo viene meno il concetto stesso della ricerca, il cui unico fine dovrebbe essere la ricerca stessa, come è stato più volte mostrato nella storia della scienza moderna. Si aggiunga poi il fatto che la ricerca pubblica permette la condivisione delle conoscenze senza impedimenti di tipo economico (brevetti o simili), mettendo tutti i ricercatori sullo stesso piano e tendendo ad eliminare discriminazioni di ogni sorta. Infine associare univocamente un ricercatore di successo ad un impiegato di un’azienda è deleterio a livello sociale, poiché automaticamente viene screditato qualsivoglia lavoro di ricerca pubblica: seguendo questa logica si alimenta il circolo vizioso per cui i finanziamenti vanno stanziati per favorire l’assunzione di ricercatori solo e soltanto nelle imprese, in quanto lo stato non può “mantenere” i ricercatori pubblici, spesso visti come nullafacenti che non danno alcun apporto concreto alla società.
Fissato al muro il quadro infernale sopra descritto, controllando il calendario vicino ci accorgiamo che mancano pochi giorni al 25 settembre, data delle elezioni politiche in Italia. Viene quindi naturale chiedersi quale sia lo spazio riservato a istruzione e ricerca nei diversi programmi elettorali presentati dalle coalizioni.
La risposta è abbastanza prevedibile: istruzione e ricerca sono sistematicamente agli ultimi posti nelle proposte di quasi tutti i partiti maggioritari e in ogni caso nella maggior parte dei casi si limitano a scrivere che verranno aumentati i fondi per l’università e la ricerca, sfruttando anche i soldi a disposizione tramite il PNRR. Soldi che nel piano sono fissati ad una certa quota ma che a seconda delle esigenze possono essere riassegnati per finanziare altro, e vista la priorità data all’istruzione questa possibilità non è da escludere. Si continua poi ad avvicinare ricerca e imprese: il Partito Democratico sostiene una politica in cui a quanto pare è imprescindibile che ricerca e imprese collaborino e allo stesso tempo, però, afferma che la conoscenza debba essere un bene pubblico; Azione, d’altro canto, intende trasformare le università in realtà di mercato, esse infatti “competono a livello mondiale per i migliori studenti, i migliori docenti, i fondi di ricerca e per i risultati della propria attività di ricerca”. Per quanto riguarda le destre e il Movimento 5 Stelle non ci sono neanche punti salienti da evidenziare. È da notare invece come le proposte delle piccole forze di sinistra e in particolare quelle di Unione Popolare, risultino essere a dir poco superficiali e troppo generiche, evitando di scendere nel dettaglio (anche minimo) delle questioni e cercando di limitarsi il più possibile a singole frasi.
É palese come le intenzioni della politica italiana non siano quelle di apportare un cambiamento efficace che rendano effettivamente istruzione e ricerca uno dei pilastri fondamentali della nostra società; ed è assurdo che neanche lo scenario apocalittico della pandemia su scala globale o quello dei cambiamenti climatici sempre più tangibili nel quotidiano, abbiano smosso qualche testa.
Con ogni probabilità siamo già in ritardo per aspettare che un deus ex machina ci consegni miracolosamente la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità tutta, l’unico in grado di poter fare qualcosa è l’essere umano stesso e il metodo per farlo è dargli la possibilità di istruirsi ed essere in grado di pensare liberamente con la propria testa.