Non gioco più, me ne vado.

di G.R.

È incredibile quanto l’instabilità sia diventata la regola e la base della nostra esistenza. A partire dalla precarizzazione del lavoro, a cascata, abbiamo perso certezze, sicurezze, convinzioni e sogni, e tutto in brevissimo tempo.

Un sistema di crisi economica perenne e istituzionalizzato ha accompagnato l’uscita dagli studi universitari di molti dei trentenni di oggi, lasciando solo intravedere, dai piani più alti si intende, un futuro talmente distante dall’immediato passato, da riuscire a prendere alla sprovvista intere generazioni. Sì, chi ha avuto la possibilità economica, e magari è cresciuto a pane e ambizione, il futuro se l’è comprato e spesso ha saputo leggere tendenze di cui altri, tutti gli altri, erano completamente ignari.

Entrati all’università, o agli ultimi posti della catena lavorativa, in pochi anni centinaia di migliaia di giovani si sono trovati in una società sfaldata dalle disuguaglianze, senza opportunità, in cui non hanno avuto e non hanno tutt’ora alcuna rappresentanza in nessun ambito ad esclusione del mondo della celebrità e del lusso spettacolarizzato, accessibile a pochissimi ma desiderabile e rassicurante per chi non ha più il coraggio di guardare verso sé stesso. In poco tempo è svanito quel poco che era rimasto e al quale molti, pensando al proprio futuro, ancora riuscivano ad aggrapparsi. All’improvviso, o quasi, non c’era più un futuro sul quale puntare, ma un presente da difendere, da mantenere a galla, fragile e sotto assedio. Contratti precari, stage gratuiti divenuti regola, riforme su riforme che hanno polverizzato sogni e prospettive in nome di una ripresa dell’impresa privata che, tanto per cambiare, ha impoverito i lavoratori ed arricchito gli imprenditori, detti anche padroni.

In una situazione così drammatica, e in rapida evoluzione, quella generazione sconvolta ha provato a difendersi, ha provato a tenersi il presente anche a costo di minacciare il futuro, di ribaltare il paradigma e puntare deciso alla crisi e al conflitto per poter rinascere. Già a partire da Genova il mondo possibile era un altro, da fare da capo. E più che possibile, era necessario e ora lo sperimentiamo sulla nostra di pelle, oltre che vederne le cicatrici su quella degli altri. Purtroppo però, ed è stata la pandemia a dimostrarlo, non basta toccare il fondo per risalire.

Chi governava vent’anni fa oggi non cambia nome né prospettiva. In vent’anni siamo passati attraverso governi tecnici e politici, di centro destra e di centro sinistra, ed oggi ci ritroviamo Brunetta nel governo dei migliori, mentre nella testa ancora rimbomba il suono del suo disprezzo verso chi reclama dignità e diritti. Chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni è passato attraverso gli insulti e i pregiudizi, raccogliendo briciole per metterle insieme e farne un pezzo di pane. Choosy, stanchi divanari, arroganti nel voler essere pagati e magari il giusto prezzo. Questa generazione, se così possiamo definirla, si è difesa con le unghie e con i denti ed è solo per questo che dopo due anni di lockdown e depressione, insulti ed elemosine, riesce ancora a trascinarsi, seppur con stanchezza, nel “turbinio della vita moderna”. Le politiche che hanno caratterizzato (e caratterizzano) drammaticamente questo periodo buio che stiamo ancora vivendo, nella stragrande maggioranza dei casi erano state annunciate, e con esse i loro effetti catastrofici.

Ma a nulla è servito, con la minaccia di un conflitto mondiale alle porte ed un pianeta devastato che ha imboccato da tempo la via del non ritorno. A nulla è servito vincere la battaglia sul nucleare, a nulla è servito parlare di ambiente, lottare contro la proliferazione di inceneritori e discariche. A nulla sarà servito lo sforzo e il sacrificio di tanti e tante militanti e lavoratori precari, che in questi anni hanno combattuto per ottenere ciò che è ovvio: tutele, sicurezza, salario minimo, reddito universale.
In questo momento è ancora una volta la generazione del diritto allo studio, dell’acqua pubblica, la generazione contro la devastazione ambientale delle grandi opere e che lotta ogni giorno per la sopravvivenza a trovarsi nell’epicentro della tragedia e a doversi sobbarcare il peso di decisioni altrui, per interessi altrui.
Sì, perché se domani o dopodomani, o fra un anno, questa guerra imperialista per interposto territorio dovesse prendere le sembianze di un conflitto mondiale, saranno ancora loro ad essere chiamati ad intervenire.
Sarà per primo chi ha invocato per decenni ormai un cambio di direzione, una rivalutazione delle priorità di un sistema sempre più anti-umano, a doversi muovere verso il fronte. Relativamente giovane, in forze, precario o disoccupato, quindi sostituibile. Il prototipo del soldato moderno, gratis ovviamente.

Leggendo le ultime dichiarazioni di chi ha deciso di rendere comunque instabile l’Europa per il resto dei giorni, a pensarci bene, il conflitto nucleare non può che essere una minaccia strumentale e nulla più. Distruggere per distruggersi ha poco senso, anzi nessuno, mentre stabilire nuovi equilibri attraverso un conflitto territoriale, a quanto pare, si può fare anche in Europa oltre che in Medio Oriente e in Africa e visto l’andamento della guerra in Ucraina al momento non è possibile escludere nulla. Tanto meno un allargamento del territorio di guerra o/e delle forze schierate sul campo.

E allora bisogna muoversi e reagire, leggere e anticipare il più possibile per non cadere nella trappola del tempo.

I movimenti, i militanti, i leaderini. Gli scazzi, le antipatie, le legittime distanze politiche. Oggi questa roba deve scomparire, perché domani, forse, dovrà scomparire una generazione, che dovrà avere la forza di disertare il disastro finale di una classe dirigente vecchia e sadica che gli ha tolto tutto e cominciare, di nuovo dai monti, a costruire l’ennesimo dopoguerra.

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