di A.R.

Lavoro gratuito e immancabili casi di molestie.
Apriamo così per ricordarci che schiavismo e patriarcato restano valori fondanti del nostro continente. E poi ancora sponsor criminali, greenwashing istituzionale e imprenditoriale per coprire la repressione in loco di proteste ambientaliste che mettono in discussione il sistema economico, come quelle di Extinction Rebellion, il movimento giovanile non-violento che si oppone strenuamente alla conduzione dei giochi, di chi pensa di risolvere la crisi climatica riaprendo la strada al carbon fossile e alla produzione massiccia di armamenti.
Passando al contest, non in ultimo, il doppiopesismo verso gli artisti: esclusi paesi giudicati criminali dalla morale diffusa, mentre è data per scontata la partecipazione di chi consegna liberi giornalisti all’ingiustizia americana o che direttamente li fa eseguire dai cecchini e ne profana la memoria caricando cortei funebri, non sazio di un’occupazione militare che dura da 70 anni.
In questa cornice da perfetto show tardo-capitalista arriva a riempire la scena l’immancabile Presidente ucraino Zelensky, che pubblica un video in cui chiede di votare acriticamente la rap band ucraina Kalush Orchestra per le finali, proponendo la città di Mariupol come sede del prossimo Eurovision.
Una mossa propagandistica risultata vincente, che ha puntato direttamente al sistema meno partecipativo, ma più efficiente che le democrazie occidentali sanno offrire: il Televoto.
E così, con uno scontato colpo di mano, l’Ucraina porta a casa una vittoria decisamente politica, che strategicamente mette alle strette l’Europa, che non ha soltanto dato la vittoria di un contest musicale ad un paese in guerra, ma ha sostanzialmente fatto una promessa davanti al mondo intero.
Tristemente la propaganda ha influito sulla Kalush Orchestra e il loro brano “Stefania”, un canto in origine dedicato alla madre del frontman Oleh ma che la guerra ha trasformato in un inno a tutte le madri e alle donne ucraine. Un peso che la band sembra aver accettato con grande senso del dovere nei confronti della patria.
La realtà ci racconta la tragedia dietro la favola del “sogno europeo” e del romanticismo in salsa tradizionalista. Gli stessi componenti della band sono rimasti impegnati sui vari fronti della guerra, sul campo di battaglia o in onlus di soccorso, che li hanno tenuti lontani dal palcoscenico, fuorché richiamarli solo in quanto utili strumenti di propaganda. Perché questo è ciò che resta della musica sotto le bombe, l’ennesima arma da rivolgere contro un nemico, nulla di più.
Ora al di là dei fatti politici, che impediscono a tutti di uscire dallo status mentale dell’ossessione per quella che sembra essere l’unica guerra al mondo, sarebbe davvero una conquista umana poter dare un parere squisitamente artistico, purtroppo finito in secondo piano in questo contest.
Quelli della Kalush Orchestra sono stati tra i migliori musicisti di un festival nazionalpopolare mediamente imbarazzante, quello di un’Europa che tenta di essere una nazione federale, senza avere una reale struttura politica. Una rassegna in cui la performance e lo standard impacchettato la fanno da padroni.
Lasciamo per un attimo da parte il concetto stesso di competizione, una tossicità che sembra essere l’unico modo per rendere interessante qualcosa nel mondo liberista.
Vorremmo sentirci liberi di dire che Kalush Orchestra ha portato qualcosa di speciale sul palco e ha meritato di vincere, ma il bipolarismo imperante rende opprimente qualsiasi espressione di pensiero critico, tanto da non riuscire più a godere della musica liberandosi delle sovrastrutture.
Potremmo astrarre “Stefania” dalla sua funzione nazionalista, concentrarci sulle sonorità caratteristiche della musica folk Ucraina trovandole semplicemente belle ed autentiche, anche nello sposalizio con la cultura rap.
Purtroppo questo lusso non è concesso, quando ogni apprezzamento diventa un “mi piace” o un Televoto, che serve a mitigare gli animi contrari all’invio di armi.