di G.R.
Com’era ampiamente prevedibile, dalla rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica siamo entrati ufficialmente in campagna elettorale, anche se ancora non siamo inondati di spot e grossi faccioni ritoccati ad ogni angolo delle strade. Manca poco meno di un anno alla fine della legislatura e siamo in una fase preliminare, di preparazione. In questo periodo quindi, più che i programmi e i comizi, quello che conta è preparare il terreno, mostrarsi affidabili e coscienziosi: moderati, insomma.
Si lavora quindi alacremente a spegnere e sottacere qualsiasi questione etica, perché potrebbe infastidire l’elettorato cattolico, e non sia mai. Così spariscono dall’agenda politica del governo, ancora e ancora, tutti i temi riguardanti i diritti civili.
Letta, leader forte del partito promotore del disegno di legge Zan (ma anche dello Ius Soli), dimentica improvvisamente l’importanza, tanto ardentemente sostenuta nell’autunno scorso, di lottare contro ogni discriminazione di genere, per garantire diritti e dignità a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale. Nelle dichiarazioni rilasciate subito dopo la chiusura dell’affaire Quirinale infatti il segretario sosterrà la necessità di seguire pedissequamente le indicazioni di Mattarella che, nel suo discorso di re-insediamento, i diritti civili li ha completamente dimenticati.
E che dire degli alleati “a sinistra”? Per ora il silenzio è assordante e manca giusto un mese prima di poter ricominciare a lavorare in Parlamento sull’approvazione del ddl. Arrivare a ridosso delle elezioni per poi lagnarsi in campagna elettorale non servirà a superare lo striminzito 3% col quale si tengono in vita, ma pare che piaccia così.
Non si guarda solamente all’elettorato democristiano (che fa rima con anziano, diciamocelo). Altro punto di riferimento per un quieto vivere in attesa dell’inizio delle ostilità non può che essere Confindustria. Dopo lo sblocco dei licenziamenti, dopo aver rivisto il reddito di cittadinanza al ribasso ed essere rimasti a guardare davanti alla delocalizzazione selvaggia di aziende in attivo ci stanno pensando i manganelli a tenere a bada la rabbia e a tranquillizzare i poveri padroni vessati.
Nel giro di un mese sono morti in due, studenti, uno di 18 e uno di 16 anni, uno schiacciato da una putrella, l’altro accartocciato su un albero. Sono morti perché stavano studiando? No, Lorenzo e Giuseppe sono morti perché, in una logica come sempre classista, la politica ha deciso di regalare le loro vite all’industria e alla produzione, a quegli “imprenditori” che sono disposti a tutto pur di speculare, anche di far lavorare in fabbrica, e senza alcun compenso, dei ragazzini che tutto dovrebbero fare, tranne che stare lì.
Così è stato tolto alle generazioni più giovani non solo il diritto allo studio, ma anche il diritto a sognare, ad inseguire una passione. Non c’è più spazio per la felicità, i millennials ci hanno provato fallendo, alla generazione Z si impedisce anche solo il tentativo. Ma i ragazzi e le ragazze che vivono la scuola ogni giorno non ci stanno, manifestano, protestano, vogliono vivere. Troppo però, fin troppo.
Non sia mai si dovesse ricominciare a parlare di istruzione. Non sia mai si dovesse mettere in discussione una legge che piace a chi la sfrutta. Non sia mai si dovesse criticare una riforma pessima, ma che ha matrice “progressista”. Così lo scenario che abbiamo di fronte è quello che alterna violenze fisiche su giovanissimi inermi e comprensibilmente incazzati a scene di ordinario cerchiobottismo, politico e giornalistico. Anche davanti a due vite spezzate a sedici e diciotto anni, ascoltiamo politici, sindacalisti, intellettuali e a volte, purtroppo, studenti “affiliati” arrampicarsi sugli specchi della manfrina del bisogno di norme per la sicurezza sul lavoro, in un paese in cui muoiono in media tre lavoratori al giorno ma i controlli arrivano con un preavviso di una settimana. E non solo.
Imperversa infatti la narrazione sull’importanza, dice fondamentale, dell’inserimento del giovane studente nel mondo del lavoro. Ma quando mai? Prima di tutto il mondo del lavoro, come viene chiamato, ha chiuso i battenti parecchi anni fa, e con due anni di pandemia alle spalle bisognerebbe fare finalmente qualcosa per chi in età lavorativa ci sta, e pure non riesce più ad entrarci senza rimanere incastrato in una porta girevole che lo sbatte fuori e lo ritira dentro continuamente, senza diritti e senza tutele.
Ma qui si parla di studenti, qui si parla di istruzione, della formazione della persona, del cittadino. Qui si parla, o meglio si dovrebbe parlare, della formazione di coscienze libere e critiche. Si dovrebbe discutere di formazione insomma, non di lavoro.
Ma anche di questo, al momento, meglio non parlare, tra chi fa finta che le violenze della polizia di questi giorni non si siano mai verificate e chi, sul piano politico, cerca di svicolare il tema per “imbarazzo” finendo per non dare alcun contributo ad una causa che prima di tutto è di semplice umanità e civiltà.
E se fosse la “volontà popolare” a fare istanza? Ci penserebbe la burocrazia, chiaro. Eh si, perché se le proposte parlamentari faticano ad essere considerate seriamente, quelle che “provengono dal basso” vengono affossate sul nascere.
Sono ben tre i quesiti referendari su temi etici/morali affossati nei giorni scorsi dalla Corte Costituzionale guidata del neo-Presidente Amato: quella sul fine vita e quella sulla liberalizzazione della cannabis le due questioni civili. Due proposte che hanno portato con sé desideri e speranze di milioni di italiani, proposte che avevano lo scopo di superare ipocrisie e pregiudizi che, se permangono marmoree sul testo di Legge, sono ormai superati e considerati anacronistici dalla maggioranza degli italiani e delle italiane. Quello che si sarebbe voluto in fondo era un semplice aggiornamento dell’ordinamento alla società e al presente vivo e reale di ognuno di noi. Ma così non può essere e le motivazioni espresse a sostegno di tali dinieghi appaiono palesemente strumentali, in alcuni casi errate e frutto di una mal-interpretazione dei quesiti da parte della Corte stessa.
In questi casi è il risultato che conta: l’establishment ha salvaguardato la propria immagine moderata e conservatrice, mentre noi poveri diavoli saremo ancora costretti a rischiare e a nasconderci per poterci curare, per poter decidere liberamente della nostra vita e, perché no, per divertirci.
Nel frattempo, a ringraziare, ci sono mafia e criminalità organizzata, perché un business da 6 miliardi di euro l’anno solo di potenziali tasse e che vede consumatori attivi una persona su quattro sarebbe stato davvero un peccato perdersela.
Il quadro che si sta delineando, sempre in attesa che fiumi di denaro europeo vengano convogliati tra grandi opere e regalini elettorali di vario genere, è desolante, preoccupante e inaccettabile. Due anni di chiusura hanno distrutto un tessuto sociale già devastato dalla precarietà e dal modello individualista.
Ma non possiamo permetterci di continuare così. Dobbiamo ricominciare a partecipare, dobbiamo riattivarci, dobbiamo fare lo sforzo di impegnarci per dare un senso, prendere una direzione che non sia verso la distruzione dell’ambiente e l’annullamento della vita umana. In un quadro del genere, con il voto alle porte, grande circo di ipocrisie e superficialità, dobbiamo ricominciare a pretendere serietà. A pretendere impegno e dedizione al bene collettivo, al miglioramento delle condizioni dei più deboli, alla cura e alla protezione dell’ambiente, del pianeta, delle persone.
Quello che stanno facendo oggi Ong, Associazioni, Collettivi Studenteschi ha bisogno di essere appoggiato, sostenuto e partecipato molto di più per poter avere un’efficacia reale. C’è bisogno di presenza, di empatia, di comprensione e anche di rabbia.
C’è senza dubbio l’urgenza di ritrovare una partecipazione civile diffusa, perché se il cancro è il capitalismo, da troppo tempo la politica istituzionale è una metastasi e la cura può essere solo la lotta, la rivendicazione, l’autonomia.