“QuiRimane”, sulla rielezione di Mattarella e sul futuro prossimo della democrazia.

di: G.R.

Di questa elezione del Presidente della Repubblica si è parlato molto, anzi moltissimo. Abbiamo seguito dirette estenuanti, siamo stat* bombardat* da continui cambi di nome e profilo, da decine di dichiarazioni sibilline e strumentali, nel tentativo di capirci anche noi qualcosa e, aldilà del risultato, possiamo dire di aver assistito ad un confronto politico per nulla originale nel percorso della nostra Repubblica, con la destra impegnata a mostrare i muscoli (o i numeri) che non ha, e con i vecchi democristiani della prima Repubblica, oggi a capo del PD, a lavorare sottotraccia perché nulla cambi. Spettacolo arricchito e svecchiato dalla “linea comica” del Movimento 5 Stelle, che ha visto i suoi leader agitarsi compulsivamente pur non concludendo nulla, come chi affogando finisce per mettere in pericolo anche la vita del bagnino che cerca di salvarlo.


Il risultato è noto a tutt*: per la seconda volta, e per di più consecutivamente, è stato rieletto lo stesso Presidente delle Repubblica uscente dal primo settennato. Mattarella è rimasto al suo posto dunque, dopo mesi di annunci di commiato e dopo aver fatto addirittura trapelare indiscrezioni circa un trasloco organizzato dal Quirinale ad una nuova residenza romana non meglio identificata. Lui, integerrimo uomo di Stato, Onesto tra gli onesti, si è sacrificato, regalando di fatto sette anni ancora della sua vita a tutte e tutti noi.

Bene, no? “Meno male” si dice in giro. Eh certo, le alternative che sono state presentate facevano alternativamente ridere e incazzare, a partire da Silvio Berlusconi che però, essendo un fuoriclasse, è riuscito a coniugare entrambe le sensazioni, e insieme a queste tante altre, in un quadro complessivo raggelante al solo pensiero.

D’altronde, si ammette oramai con leggerezza, figure come Liliana Segre sarebbero state “divisive”, impossibili per un’elezione larga e condivisa. Giusto, bene, bravi. Perché una superstite di Auschwitz è normale che sia divisiva. Una donna saggia, capace di parlare ai giovani, un esempio e un bagaglio di memoria fondamentale per un Paese che ha conosciuto vent’anni di fascismo e morte è senz’altro divisiva, in un quadro politico e di narrazione della storia in cui si continua nello sciagurato percorso di riabilitazione di ideali e sentimenti fascisti per mezzo di un appiattimento del dibattito politico destra-sinistra ricostruito sul sistema degli opposti estremismi e del valore della moderazione e in un panorama parlamentare degradante e degradato, in un misto di interessi personali e incapacità manifesta ad amministrare la cosa pubblica ai livelli massimi.

Archiviata quindi (e per sua fortuna, vista l’età) l’ipotesi di avere la prima Presidente della Repubblica donna, perché sfuggita alla morte nel più tristemente noto campo di concentramento nazista e quindi divisiva, apparentemente, forse, la soluzione del bis sembrerebbe la migliore. Così, dopo aver sparato nomi come fossero coriandoli, passando da Crosetto (CROSETTO) a Casini, da Casellati a Belloni, a parte Fratelli d’Italia, tutti gli altri hanno annunciato in pompa magna dell’incredibile illuminazione che li ha colpiti sulla via del Transatlantico. Mattarella è di nuovo il Presidente e tutti i leader della maggioranza di governo si mettono di corsa in fila per rivendicare la paternità della scelta.

“De chi sei fijo?”, mi chiedevano le vecchiette del mio paese quando, giocando a pallone nei vicoli, mi capitava di incontrarle sedute sulla porta di casa in chiacchiere. Oggi, seduti sulla sedia, purtroppo davanti ad uno schermo, ci siamo noi tutti, a cercare di leggere un quadro politico povero ma allo stesso tempo complicato, intricato. Come è maturata realmente questa rielezione? A cosa (o a chi) ha giovato una scelta ai limiti della costituzionalità? Una cosa l’abbiamo capita tutt: se non fosse stato un nome condiviso il governo sarebbe caduto e la maggior parte di chi oggi siede in Parlamento avrebbe perso il suo posto e i suoi privilegi. E ancor di più sarebbe successo nell’eventualità del trasloco di Draghi da Chigi al Quirinale. Ma non possiamo accontentarci di questo, non è giusto e non l’abbiamo mai fatto, nemmeno quando Beppe Grillo riuscì a farne un mantra, tanto attraente quanto miope e destinato a “passare di moda”.

Lungi da chi scrive l’idea di fare del complottismo, sarebbe piuttosto interessante provare ad analizzare gli effetti, nel presente e soprattutto nel futuro, di una scelta di questo tipo. Con il taglio del numero dei parlamentari voluto dal M5S e avallato dal PD l’attuale Parlamento, tra un anno, verrà ridotto di 1/3, con il conseguente squilibrio generale di numeri e proporzioni, in un quadro costruito dai padri costituenti per garantire equilibrio e rappresentanza che, allo stato attuale, sono gravemente compromessi. Si, perché il Parlamento non si riduce a due aule a semicerchio in cui, spesso in barba alla lingua italiana, si discute più o meno animatamente e si votano le leggi. Anzi è qualcosa di molto più complesso e delicato, si compone di organi interni e si autoregolamenta, si divide compiti e responsabilità ed è stato immaginato e costruito dai Padri Costituenti in maniera tale che se ne garantisse l’equilibrio tra le forze politiche, la rappresentanza adeguata delle minoranze, l’ascolto delle richieste provenienti dalla società civile. Tutto questo meccanismo, già di per sé ideale e mai concreto, fra un anno verrà stravolto da una riforma che taglia, semplicemente e sciaguratamente, il solo numero complessivo dei parlamentari, senza intervenire sugli organismi interni, siano legislativi o “referenti”, siano politici o di rappresentanza. Questi, infatti, rimangono a tutt’oggi invariati nel numero e nella consistenza percentuale, seppur completamente squilibrati rispetto ad una situazione che vede il numero complessivo scendere da 945 a 600 parlamentari tra Camera e Senato. “I grillini dovevano pur causare almeno un danno grave nel loro passaggio nelle istituzioni” mi ha detto qualche giorno fa un esponente della politica locale del mio paese, e devo ammettere che ha ragione, anche se uno solo mi sembra un po’ pochino e comunque in compartecipazione.

La conseguenza di tutto ciò è che, ad un anno dalle prossime elezioni politiche, i partiti che siedono oggi in Parlamento dovranno dedicarsi, tra tutte le emergenze e le urgenze imposte da Covid e PNRR, a lavorare a una riforma mastodontica dei regolamenti interni delle due camere, oltreché ad una legge elettorale che non faccia sanguinare gli occhi di costituzionalisti e giuristi. E tutto questo va fatto entro l’anno per garantire una rappresentatività che allo stato attuale sarebbe impossibile. Con la consistenza numerica richiesta oggi per la formazione di un Gruppo Parlamentare (organismo politico che lavora alla realizzazione del proprio programma e delle proprie iniziative legislative, e quindi “rappresenta il riflesso istituzionale del pluralismo politico” ) ad esempio, tutte le forze minori elette in Parlamento ma non facenti parte della maggioranza di governo difficilmente riuscirebbero ad organizzarsi, perdendo di fatto la loro rappresentanza e quindi la loro fetta di discussione e peso politico nelle decisioni assunte dal Parlamento. Già questo è un elemento che rende evidente l’indebolimento democratico a cui stiamo andando incontro. Ma non è il solo, si tratta invece di un meccanismo che si replica su ogni organismo interno alle due camere, dalle commissioni ai comitati alle giunte parlamentari.

Riusciranno i nostri eroi nell’impresa? Se dovessi scommettere anche solo un centesimo direi di no, e sfido chiunque a convincermi del contrario. Fra sei mesi comincerà la campagna elettorale, e nel frattempo c’è da elargire denari per il TAV, il Ponte sullo Stretto, e magari qualcosa al nucleare, che ormai viene presentato acriticamente dai Più come fonte di energia rinnovabile. Sarà dunque molto difficile trovare il tempo, figuriamoci le capacità e la conoscenza del dettato costituzionale, per quelli ci vorrebbero mesi di studio e quasi per tutti lì dentro.

E allora, per sapere come cambierà il quadro politico nel nostro paese nel 2023 sicuramente c’è ancora da aspettare. Perché, mai dire mai, finché c’è tempo c’è speranza e perché in ogni caso saranno legge elettorale ed elezioni a poterci dare risposte chiare e definitive. Una cosa però possiamo dirla fin da ora: nel caso di una mancata riforma dei regolamenti e di una probabile impossibilità di costruire una maggioranza politica anche nel prossimo Parlamento, la rielezione del Presidente possiamo leggerla come una mossa conservativa e rassicurante verso l’elettorato. Un gesto di simbolica dimostrazione di vicinanza della politica al “popolo” che prelude alla formazione del Parlamento meno rappresentativo e più squilibrato della nostra storia, incapace di prendere decisioni in autonomia dagli istituti sovranazionali in cui sarà ancora una volta un governo di larghe intese e di poche idee a prendere il comando.

Viva Mattarella, Viva il Presidente della Repubblica!

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