Cronaca di uno sciopero di parte.
di: G.R.
Venerdì 28 gennaio (l’altro ieri ndr) in tutta Italia scioperi e cortei studenteschi hanno attraversato tantissime città, portando il loro grido di dolore e di protesta. Lorenzo Parelli, appena 18enne, è morto pochi giorni fa schiacciato da una putrella, nel suo ultimo giorno di stage obbligatorio.
Una morte violenta, improvvisa, ingiusta. Una morte che solleva più di una questione, a partire dal diritto degli studenti e delle studentesse alla formazione e allo studio e dalla piaga delle morti sul lavoro, che arrivano a toccare quota 3 decessi/giorno. Sono queste le ragioni di fondo di una protesta che è partita già nel mese di dicembre, con occupazioni studentesche a raffica e che stavolta ha visto sfilare studenti e sindacati di base insieme contro la legge 107 (buona scuola) e per la sicurezza sui posti di lavoro.
Perché chi studia ha il diritto a (e l’età per) formarsi, come cittadino, come persona, come individuo all’interno di una comunità; e la scuola ha il dovere di adempiere a questi compiti, e non alla formazione di lavoratori, spesso comunque dequalificati, attraverso un sistema di sfruttamento della manodopera gratuita che, oltre a non dare nulla dal punto di vista formativo a chi vi è sottoposto, sottrae tempo allo studio e alla formazione, quella vera. Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro poi, appare evidente come, allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, attraverso la moltiplicazione delle forme di contratto a tempo determinato o a prestazione, sia corrisposto un aggravamento profondo delle condizioni di questi ultimi in pressoché tutti i settori, caratterizzato dalla rapida perdita di diritti e sicurezza oltre che da un peggioramento costante nelle condizioni economiche proposte.
Si tratta dunque di ridiscutere diritti di base, quei diritti che sembrando acquisiti rischiano di sfuggirci, portati via dalla logica del profitto e del consumo. Si tratti di principi basilari, fondamenti di una società sana, progredita e, possibilmente, giusta. Dopo quasi tre anni di pandemia, in cui i governi succedutisi, così come quelli precedenti, hanno lasciato le briciole a lavoratori, giovani e disoccupati, dopo che studi medici e statistici hanno evidenziato a più riprese le difficoltà psicologiche a cui questa società e questa condizione sta portando le giovani generazioni, ma non solo: al netto di un numero di vittime sui posti di lavoro inaccettabile e in inaccettabile crescita e di una situazione di palese sofferenza economica vissuta da larga parte della popolazione, questa giornata di sciopero è stata importante, giusta e netta nel messaggio: basta alternanza e basta morti sul lavoro, senza se e senza ma.
È proprio per queste parole d’ordine, per questa sua coerenza e nettezza nell’esprimere bisogni e obiettivi che non è riuscita, purtroppo, ad essere una giornata condivisa. Troppe, infatti, le sardine intrappolate nella rete degli ordini e degli odi di partito. Giovani e vecchi, sindacalisti degli studenti e dei lavoratori, unitamente assenti in rappresentazione di una sinistra di governo fasulla e complice, autrice mai pentita di leggi che hanno smantellato la scuola, intesa come contenitore di cultura e di conseguenza di analisi-critica della società, e i diritti di chi lavora, e che a tutt’oggi è ancora faticosamente impegnata ad apparire indignata con sé stessa.
Questa volta no però, non ce l’hanno fatta. E non perché l’argomento non li toccasse da vicino, tutto il contrario. Questa volta è stato il silenzio il grande protagonista, un silenzio cosciente e per questo colpevole. Un silenzio che pesa sulla lotta e sulle speranze di intere generazioni e che, si spera almeno in qualcuno dei grandi assenti, sia dettato dalla vergogna per non aver avuto il coraggio di reagire di fonte ad una giovane vita spezzata, oltre che da ragioni di “opportunità politica”. Un silenzio sporcato e aggravato, se possibile, solo da sporadici e squallidi tentativi di minimizzazione o mistificazione di una tragedia e di una situazione al limite della civiltà.
Ancora una volta risulta evidente come la forza per reagire al continuo e violento attacco del capitalismo ai diritti di tutti e tutte noi, vada ricercato nell’indipendenza, nello smarcamento da organizzazioni di potere il cui piano strategico è rivelato: sottacere, o al limite banalizzare, le rivendicazioni e le proteste degli ultimi (economicamente e socialmente) per continuare a curare l’interesse particolare di chi detiene il potere economico senza dover fare i conti con l’insoddisfazione e la disperazione di tutti gli altri