Farse due

di: M.C.

Tra meno di una settimana su tutto il territorio italiano inizierà la “fase 2” ideata, proclamata e voluta dalla task force di Colao.
Bene. Si fa per dire.
Sarà una fase che coinvolgerà, secondo le stime, circa 4,5 milioni di lavoratori, senza considerare il cosiddetto lavoro sommerso, i professionisti, il lavoro in nero e altri tipi di prestazioni.
Riapriranno settori come quello tessile e i grandi cantieri e moltissime fabbriche che alimentano questi settori.
Il decreto tratta argomenti come l’assurdo paradosso delle funzioni religiose, estendendo un velo di tabù e soggezione tipico di un Paese che ospita la santa sede, mettendo in evidenza l’importanza che ha la morte in questo periodo, fissando il numero chiuso per i funerali ( 15 partecipanti) contro il numero chiusissimo dei matrimoni ( solo i testimoni oltre gli sposi).
Oppure l’incomprensibile e spigoloso tema degli spostamenti. Stabilisce date per le prossime aperture, citando il calcio e gli stabilimenti balneari, ma dimentica completamente uno dei motori trainanti del futuro prossimo di questo paese: i bambini/e, il loro reinserimento nella quotidianità non vengono nemmeno citati e a parte i musei all’aperto, l’arte in generale può pure crepare per sempre.

Ma proviamo a superare per un momento la frustrazione, dopo aver capito che in effetti non c’è un vero e proprio programma o progetto per uscire da questo incubo imposto a suon di multe e decreti ministeriali.
Proviamo a fare finta di non aver sentito il monito di Conte, il quale ci prometteva con aria autoritaria e offesa di ritornare in lockdown nel caso in cui non ci comportassimo bene. Per un attimo facciamo un fugace tentativo di riflessione sulla retorica dell’ #iorestoacasa# e del #facciamoloperilprossimo.
Uno stato, il “nostro” stato sbandiera a cannonate unificate un comandamento che suona come responsabilità collettiva che non trova precedenti storici.
Ci viene chiesto questo grande, grandissimo sforzo, promettendo salari ridotti una tantum che nella maggior parte dei casi devono ancora arrivare a destinazione.
Ci ripetono che questa è una guerra.
E come in tutte le guerre, i generali rimangono dietro le linee, al sicuro, e a morire sono sempre gli ultimi della società, i sacrificabili. Il protocollo obbliga noi a rispettare le leggi nel nome della salute di tutti/e i cittadini, nessuno/a escluso/a.
Ma si “dimentica” di lasciare a casa un numero enorme e allarmante di persone, di lavoratori colpevoli di far parte dell’ingranaggio di Confindustria malgrado il Covid-19.
Si dimentica e si oppone (causa mancato personale) ai tamponi e ai controlli di medici e personale ospedaliero, forse il settore più a rischio.
Insomma, la gestione fa acqua da tutte le parti.

La cosa che più rattrista di questa “fase 2”, a parte il fatto che rispetto alla prima fase cambia davvero poco, è il fatto che non una parola o una riflessione è stata spesa per tutto ciò che ci ammala veramente. Considerati i traumi che questa quarantena sta creando, serviranno presto eserciti di psicologi.
Serviranno servizi e abitazioni per le donne che hanno subito violenza ( soprattutto domestica) o per chi la casa non ce l’ha.
Servirà ripensare l’ambiente nel quale dovremmo vivere e non più sopravvivere.
Luoghi privi di inquinamento atmosferico, cibo privo di veleno e sfruttamento per tutti/e.
Se vorremo diminuire la possibilità di ammalarci, i versamenti di materiali e liquami tossici nei fiumi, laghi e mari dovranno cessare per sempre. Così come il taglio netto degli alberi nelle nostre città e paesi. Non si dovrà più morire di lavoro, né lavorare per morire se è la vita il tesoro più importante che abbiamo in questo mondo, altrimenti tutto questo periodo sarà stato speso invano. Pretendiamo ciò che ci aspetta. Noi abbiamo già pagato a sufficienza…ora tocca a loro. Riprendiamoci la dignità della vita!

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