ieri e oggi

di: G.R. 15/03/2020

Vinceremo noi, in un modo o nell’altro. Vinceremo perché siamo vigliacchi e ci occuperemo solo di noi stessi. Vinceremo noi, perché chi avrà perso non avrà voce, come sempre e stavolta anche di più. Vinceremo noi perché i senzatetto, i detenuti, le donne costrette in casa coi loro aguzzini, gli operai ancora in fabbrica a produrre beni inutili; loro non sono noi, o meglio non lo saranno se non riusciranno a sopravvivere. Certo, ascoltare le parole di Jonhson può fare impressione; ma perché, ad oggi, un impiegato delle poste, un operaio o un detenuto in Italia dovrebbe sentirsi in una condizione diversa rispetto al popolo inglese?

“Restate a casa!” ripetono ossessivi i maestrini del web, ma per chi lo fanno? Perché sentono il bisogno di erigersi a sceriffi e boia dalla mattina alla sera? La paura che sentiamo attaccata addosso in questi giorni è tutta rivolta a noi stessi; e quel grido, gli striscioni, le cantate dai balconi stanno lì a dire tutte la stessa cosa: “ho paura di morire”. Per questo vinceremo noi e lo faremo a partire da ciò che siamo e che abbiamo costruito. Né usciremo da soli e solo per noi stessi, al netto di tutta la retorica in cui stiamo annegando.

C’è un prima e un durante quindi, ma il dopo è ancora un mistero. Siamo passati dall’esaltazione del futile, al richiamo al necessario, all’imposizione dell’indispensabile. Il tutto in pochi giorni. Abbiamo accettato leggi e obblighi che manco Guantanamo. D’altronde abbiamo paura; e poi si tratta di norme provvisorie, ovviamente. O no? Tutte? Chi può assicurarci oggi quella libertà di cui ci siamo riempiti la bocca mentre assistevamo a sfruttamento, disuguaglianze e repressione del dissenso? Il dopo Coronavirus è un’incognita, e forse è giusto così, perché se oggi ci troviamo chiusi in casa nel terrore è perché qualcosa ieri non ha funzionato nella giusta direzione.

La coscienza dell’emergenza può essere stimolo per la crescita di una comunità, di un popolo o di una specie? Ad oggi potrebbe sembrare di si, potremmo anche illuderci della presa di coscienza di moltissime anime che fino a ieri hanno preferito uno spritz in più ed un servizio sanitario gratuito in meno, potendo scegliere. Ma quanto ci manca la vita? Sapremo resistere o cederemo alla tentazione di recuperare il tempo perduto? Al peggio non c’è mai fine e la storia, da questo punto di vista, non ci aiuta a sperare per il meglio. La crisi del nostro tanto decantato sistema sanitario nazionale non basterà.

Qualcosa di positivo però deve pur esserci, non possiamo darci per vinti ancor prima di provarci e se, come sembra, questo nuovo “stile di vita” durerà ancora a lungo, quando finirà saremo ai nastri di partenza insieme agli altri, con le loro stesse possibilità. L’emergenza, la chiusura, la quarantena. Delle nostre vite isteriche e fintamente sfavillanti rimarrà solamente l’essenziale. Settimane passate a leggere, scrivere, ascoltare e riflettere solo su ciò che è vitale ci allontanerà inesorabilmente dalla futilità del nostro passato. L’importante sarà costruire il futuro in maniera diversa, a partire dalla sofferenza, dalla necessità, dalla solidarietà. Perché adesso non abbiamo più scuse, possiamo dire di conoscere la paura. Adesso non può sfuggire l’importanza di un sistema sanitario efficiente, adesso nessuno potrà girarsi dall’altra parte quando parleremo di sicurezza sui posti di lavoro o del diritto di tutti ad un reddito di dignità, esistenza, cittadinanza; adesso, o meglio fra qualche tempo, principi come la solidarietà, l’umanità, il rispetto della dignità e della vita di tutti e tutte, il diritto alla salute e ai servizi e beni essenziali, saranno state le chiavi della sopravvivenza di quella fetta di società che si salverà e potrà tornare alla cosiddetta normalità. E allora dovranno essere questi stessi principi a guidare una ricostruzione che, ad ogni giorno passato in quarantena, sembra sempre più necessaria. E starà a noi farci trovare pronti, con i nostri ideali ben in vista, a rivendicare, ancora una volta, una ragione che non è stata ascoltata in passato ma che abbiamo il dovere di proporre come base per il futuro.

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